Comune di Valle Castellana
DESCRIZIONE:
Valle Castellana è un comune di 1.158 abitanti in provincia di Teramo. Fa parte della Comunità montana della Laga.
Il Comune ha sede in Via Capoluogo
Gli abitanti sono detti "Castellanesi"
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ORIGINE DEL NOME:
ORIGINE DEL NOME
Deriva il suo nome dal fiume Castello, anticamente conosciuto con il nome di fiume Verde
STORIA:
Autorevolissimi studiosi (il figlio di Dante, Pietro, e il Buti) accreditano l'ipotesi che esso corrisponda al fiume Verde di cui parla Manfredi nel Purgatorio e lungo il cui letto egli dice di essere stato seppellito:
« Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l'ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
dov'é le trasmutò a lume spento.» (Dante Alighieri, Purgatorio, Canto III, (124-132))
In effetti, il bacino del Castellano trovasi appena al di là dell'antico confine del Regno di Napoli con lo Stato della Chiesa, delineato dal crinale della vicina Montagna dei Fiori, direttrice che ancora oggi delimita a N-E il territorio comunale di Valle Castellana. Secondo alcuni storici in questi luoghi passò Annibale, attraverso una strada romana che toccava anche Civitella del Tronto e Campli, tesi avvalorata dall’esistenza di un Castrum sul quale venne edificato il Castello Manfrino. L'asprezza del territorio ha consentito solamente la formazione di piccoli agglomerati urbani, raramente al centro di lotte tra i vari potentati che si sono combattuti per il possesso delle vallate che da qui si aprono. Tra i monti vennero comunque costruiti alcuni forti e molti piccoli luoghi di culto e di rifugio.
Qui stazionò re Manfredi (secondo una interpretazione dantesca venne poi gettato nel Castellano) nel 1263, dal 1377 il territorio passò sotto Teramo e il Castellano divenne il confine tra Stato Pontificio e Regno di Napoli. Nel tentativo di scoraggiare il banditismo e il brigantaggio vennero distrutte tutte le torri ma il fenomeno proseguì anche dopo l'unificazione d'Italia.
GEOGRAFIA:
Il Comune ha una superficie di 131 Kmq. e raggiunge una altitudine di 625 Mt. S.L.M.
Il territorio comunale è solcato dal torrente Castellano, noto in passato anche come Verde, che scorre verso nord e ad Ascoli Piceno, in territorio oramai marchigiano, confluisce nel fiume Tronto.
GEOGRAFIA ANTROPICA
Il Comune presenta le frazioni di:
- Cesano
- Leofara
- Macchia Da Borea
- Macchia Da Sole
- Morrice
- Pascellata
- Pietralta
- San Vito
- Basto
- Carpani
- Casanova
- Case Caprioli
- Case Orfi
- Ceraso
- Cerquito
- Colle
- Coronelle
- Fornisco
- Mattere
- Prevenisco
- Rio di Lame
- San Giacomo
- Santa Ruffina
- Vallefara
- Valleinquina
- Villa Franca
TURISMO:
Tra i boschi e i pascoli si nascondono piccoli gioielli d'arte a volte custoditi nei numerosi paesini semi-abbandonati con le caratteristiche case in pietra; da segnalare la cripta e il portale della Chiesa della SS. Annunziata (o di Stonazzano) realizzata dai benedettini nell'anno 1000 a campata unica e tetto a capanna, i ruderi di Castel Manfrino, i mulini ad acqua su cui si stagliano le vette dei monti della Laga.
Il Castello Bonifaci in località Vallenquina venne fatto erigere agli inizi del '900 dall'avvocato e notaio Valerio Bonifaci, il quale fu pure filosofo e letterato nonché professore universitario.
A Cesano sorge la chiesa di Santa Rufina (XII sec.) con la torre ricca di bifore e trifore; a Fornisco la chiesa di San Giorgio (del 1746) costruita dai discendenti della famiglia Malatesta; a Pietralta sorge la chiesa di S.Maria degli Angeli con un particolare tabernacolo e una statua cinquecentesta della Madonna con Bambino in terracotta; a San Vito la chiesa del XIII con campanile addossato alla facciata.
CHIESA DI SAN VITO
FRAZIONE SAN VITO
La chiesa di San Vito è localizzata nel piccolissimo centro abitato denominato San Vito, una delle tante frazioni del comune di Valle Castellana. Siamo in un territorio che ha molto risentito dell'influenza degli insediamenti benedettini che hanno a loro volta condizionato l'architettura ecclesiale. Come molti altri abitati anche quello di San Vito è sorto intorno alla chiesa omonima da cui ha preso la denominazione. La chiesa risale alla prima metà del XII secolo di cui conserva ancor oggi elementi strutturali. Essa risente dell'influsso franco-carolingio e testimonia il contatto dell'intera zona teramana con la cultura medievale francese. E' una realizzazione benedettina che risente dei motivi stilistici settentrionali provenienti dai monasteri francesi. L'aspetto più interessante dell'edificio è, per la sua rarità, la tipologia costruttiva dell'impianto. Purtroppo l'impianto originario è stato fortemente compromesso da lavori di restauro realizzati negli anni trenta del Novecento che tuttavia non impediscono una ricostruzione della struttura primitiva molto simile a quella di altre chiese rurali della regione. Questa era ad una sola navata terminante in un'abside con copertura a capriate a vista. La copertura della calotta dell'abside con lastre di pietra a gradoni è un sistema tipicamente medievale. All'esterno una caratteristica si riscontra nel campanile. Costruito sulla facciata in posizione avanzata e in asse con la navata presenta uno particolare sviluppo in senso verticale. A giustificare quest'ultimo aspetto è l'influsso dell'architettura carolingia che gli fa assumere l'aspetto di una torre in funzione di difesa e di avvistamento. Per la maggior parte della sua espansione si presenta chiuso come una torre di difesa, mentre alla base è un'apertura di ingresso alla chiesa ed in alto, ad un primo livello, sono quattro piccole bifore, una per lato. Il fatto che esso sia staccato dal resto dell'edificio può far pensare che esistesse già all'epoca di costruzione della chiesa come elemento integrante di un sistema difensivo territoriale riconvertito alla nuova funzione solo in epoca più tarda rispetto alla costruzione della chiesa. Una modifica di rilievo è quella apportata negli anni trenta del Novecento con l'aggiunta di una navata sul fianco sinistro in posizione trasversale rispetto a quella esistente; sulla parete destra venne eliminata una sovrastruttura costituita da una casetta addossata alla chiesa. A questi interventi si unì un restauro completo della chiesa e del campanile, già gravemente lesionati a causa di uno smottamento franoso del terreno. Un secondo restauro risale agli anni Sessanta ad opera della Soprintendenza di L'Aquila. Nell'ultimo decennio del secolo scorso nuove scosse telluriche hanno causato crepe di cedimento e richiesto un altro intervento restaurativo.
EREMO DI SAN BENEDETTO ALLE CANNAVINE (MACCHIA DA SOLE)
Notizie: Non lontano dalla località Macchia del Sole, in prossimità di un esiguo gruppo di case, sul lato opposto di un ruscello vi sono i resti dell'eremo di San Benedetto. Del piccolo cenobio si distinguono bene solo le mura perimetrali di due edifici di ridotte dimensioni, quello più grande adibito a luogo di culto e quello più piccolo ad abitazione. Sotto il manto erboso si nascondono altri resti murari poco identificabili. Tra le varie macerie sono visibili i segni dei numerosi scavi condotti alla ricerca di materiale degno di interesse. Le prime notizie sul romitorio risalgono al 1252, quando papa Innocenzo IV, confermando le servitù di Sant'Angelo, menzionò anche San Benedetto. Ma la prima notizia storica sull'eremo è datata 23 marzo 1274, giorno in cui il Vescovo aprutino Rainaldo concedeva a Sant'Angelo in Volturino la dipendenza del "cenobio di San Benedetto in San Flaviano in località Cannavine". Nella bolla di papa Bonifacio VIII del 1297 compare ancora "San Benedetto de Flaviano", e nella Visita Pastorale del vescovo d'Aragona, effettuata nel 1580, l'eremo viene identificato come "San Benedetto in Carabine"; infine nel 1297 si ha la notizia dell'assoggettamento alla chiesa parrocchiale di San Giovanni di Macchia del Sole. Molto probabilmente la conventualità del piccolo cenobio si estinse nel XV secolo con la decadenza di Sant'Angelo in Volturino. Secondo la tradizione locale una delle campane della chiesa di Macchia del Sole proviene dal romitorio di San Benedetto.
EREMO DI SAN FRANCESCO ALLE SCALELLE
Notizie: In un'ampia valle sassosa, dove il fiume Salinello si divide in due rami, sotto un banco roccioso, vi sono i resti dell'eremo di San Francesco alle Scalelle. Nell'ampio riparo, il cui fronte è lungo circa 15 metri, si conservano tratti delle mura dell'eremo: una parte (circa 6 metri di lunghezza) si appoggia alla parete destra del riparo, un'altra (circa 8 metri di lunghezza) a quella sinistra. Si notano anche tracce di mura perpendicolari a quelle appena citate che dovevano chiudere il riparo. In questa zona, sotto i resti del pavimento, un crollo ha messo in evidenza un piccolo ambiente, interamente intonacato, con volta a botte con botola centrale. La prima notizia sul romitorio ce la fornisce Rainaldo, vescovo di Ascoli, il quale nel 1273 esentò questo luogo di culto trasferendolo sotto il priore di Sant'Angelo in Volturino. In una bolla del 1297 Papa Bonifacio VIII nomina nuovamente la chiesa come "San Francesco in Monte Polo". Il Palma ci fornisce notizie sulla locazione: "...diruto nel territorio di Macchia da Sole, sulla strada per ripa di Civitella, non lungi dal così detto Castello del Re Manfrino...". Il romitorio fu inoltre visitato dal De Rosa nel corso del XIX secolo.
EREMO DI SANT’ANGELO IN VOLTURINO
Notizie: Sul versante ovest del Monte dei Fiori, le pareti aride dominano la valle del torrente Castellano. Su un colle roccioso spicca una grande grotta visibile da tutta la vallata: è l'eremo di Sant'Angelo in Volturino o, come lo definisce il De Rosa nella sua opera "Chiesa e religione popolare nel Mezzogiorno" (Roma-Bari 1972), Sant'Angelo a Settentrione, denominazione usata per distinguerlo da Sant'Angelo in Ripe. Nel territorio di Valle Castellana la presenza monastica è senz'altro rilevante; la zona, nota come Valle Venaria, dal paese di San Vito si estendeva sino a Macchia del Sole ed all'eremo di Sant'Angelo in Volturino. Tale territorio venne citato in un documento del 1086 come "macchia dei monaci". Il romitorio, fondato come dipendenza farfense, con il passare del tempo passò tra i possedimenti dell'Abbazia di San Salvatore di Rieti. Il primo documento che lo riguarda è datato 13 luglio 1226 ed è relativo alla donazione di alcuni stabilimenti in "pertinensis Fundaniani" da parte di un certo Morico di Gisone, notizia riportata dal Palma in "Storia della Città e Diocesi di Teramo" (Teramo 1981). Nel 1235 Gregorio IX pone il monastero sotto la direttiva della Sede Apostolica; altri due documenti del 1252 e del 1256, rispettivamente di Innocenzo IV e di Alessandro IV, citano alcune dipendenze del monastero fra le quali figurano eremi e chiese rupestri della valle del Salinello. Il monastero godette, oltre che della benevolenza della Santa Sede, anche dei vescovi ascolani ed aprutini, come appare in numerosi documenti tra i quali quello del Commendatario Melchiorre Piccolomini Sanese e quello di Papa Paolo II, datato 13 novembre 1468, con il quale si concedette al monastero di Sant'Angelo Magno di Ascoli il priorato di Sant'Angelo in Volturino. La grotta (l'ingresso misura circa 18 metri) presenta un muro rettilineo, visibile esternamente solo per un breve tratto. Essa era divisa in due o tre zone di diverso livello: quella interna costituiva la parte cultuale e quella più esterna la parte abitativa. Nella cavità sono visibili resti di una cisterna e, salendo alcuni gradini, si possono visitare due stanze, una delle quali rappresentava il cuore della struttura: la zona di culto. Per un breve tratto sono ancora visibili i resti della pavimentazione, in cui si notano diversi dislivelli; sembrerebbe che ampi gradoni portassero alla zona absidale. Sulle mura della cappellina rimangono tracce illeggibili e frammentarie di affresco. Sulla parete rocciosa sono visibili piccole buche e un ripiano. In tutta l'area della grotta sono numerosi i resti di intonaco dipinto, di pietre lavorate e di frammenti di tegolame. L'eremo è noto per il suo ruolo di Archicenobio e la presenza in esso di un Priore generale, con la sua congregazione di Benedettini, fa pensare ad un movimento monacale per l'approvvigionamento del monastero e dei suoi numerosi luoghi di culto dipendenti.
GROTTA DI SANTA MARIA MADDALENA
Notizie: Guardando dalla strada che attraversa il versante opposto della Valle del Salinello, a 1000 metri s.l.m., si scorge l'ampio arco roccioso della grotta di Santa Maria Maddalena. La chiesa viene menzionata nei documenti della metà del XIII secolo come dipendenza di Sant'Angelo al Volturino, con il nome di Santa Maria Maddalena o Santa Maria Maddalena in Monte Polo. Papa Benedetto XIII, nel 1724, concesse l'indulgenza a tutti i pellegrini che visitavano questo luogo di culto. Il riparo oggi si presenta quasi completamente in rovina. Dall'ampio ingresso di circa 20 metri l'ambiente prosegue all'interno restringendosi rapidamente, fino ad un massimo di 5 metri. La zona più angusta in passato doveva sicuramente ospitare una cappella di piccole dimensioni. Di essa rimangono parti delle mura posteriori e di quelle laterali, con visibili tracce di affreschi, nonché la base della copertura con volta a botte. Anche all'ingresso vi sono resti di due mura che, sul lato destro, si chiudono ad angolo retto. Probabilmente questo muro continuava sino a chiudere il riparo per poi proseguire sul lato sinistro. Sulle pareti sono infatti visibili i resti di buche di palo. La chiesa era dotata di una campana quattrocentesca, realizzata da una fonderia ascolana, ancora oggi custodita nella chiesa di San Giovanni Battista di Macchia da Sole.
Siti Archeologici Provincia di Teramo
Castrum Maccle (Castel Manfrino)
Comune: Valle Castellana
Tipologia: Centro Fortificato, cinta muraria, cisterna, torre
Notizie: Collocato al confine con il territorio di Ascoli Piceno, adagiato su un'altura che domina le vallate del torrente Salinello e del Fosso Rivolta circostanti, a pochi chilometri dalla Valle Castellana, spicca Castel Manfrino, antico Castrum Maccle, una delle più suggestive postazioni difensive abruzzesi. Oggi sono visibili solo i resti dell'antico splendore, racchiusi entro una cinta muraria potenziata da torri d'avvistamento e difesa. La sua edificazione è attribuita al re svevo Manfredi che sembra lo fece costruire al confine settentrionale del regno a difesa dalle incursioni ascolane nel periodo angioino. In seguito alla sua sconfitta il castello passò sotto il dominio degli Angioini. La cinta muraria sveva era priva di bastioni ad eccezione della zona adiacente all'ingresso. Nella parte opposta si ergeva l'imponente torrione quadrato, la residenza del castello. In un documento del 1277 viene citata nel castello la presenza stabile di un cappellano, pertanto è ipotizzabile l'esistenza di una cappella al suo interno. Nel 1281 fu Carlo D'Angiò a disporre la costruzione di una nuova massiccia torre, verosimilmente su disegno dell'architetto Pierre d'Angicourt, all'epoca attivo in Abruzzo. Tale torrione presentava una pianta quadrata di cui è conservato il primo livello con la cisterna interrata e tratti di mura fino all'altezza di 12 metri. I resti della torre, tra le rare testimonianze del primo periodo angioino costituiscono una testimonianza di grande valore storico. L'assetto del castello ricorda i recinti fortificati dell'Aquilano, quali quello di San Pio delle Camere,di Fossa, Di Roccacasale, tutti, purtroppo di cronologia incerta.
FARMACIE: Farmacia Piccioni Luigi, Via Provinciale, Telefono: 086193195
COMUNI LIMITROFI: Colledara, Fano Adriano, Isola del Gran Sasso d'Italia, Montorio al VomanoColledara, Fano Adriano, Isola del Gran Sasso d'Italia, Montorio al Vomano
SITO INTERNET: http://www.comune.vallecastellana.te.it
COPERTURA ADSL: NO
FOLCLORE, FATTI E ANEDDOTI DI CITTA':
COSTUME TIPICO DI VALLE CASTELLANA
Notizie: Il costume femminile di Valle Castellana poteva presentarsi in almeno due tipologie, come testimoniano le stampe presenti nei volumi "Costumi popolari d'Abruzzo" e "Napoli - Firenze e ritorno". La prima tipologia era caratterizzata da una lunga gonna in panno di lana vermiglio, con l'orlo inferiore decorato da cinque fasce color oro. Sopra questa veniva indossata una sopragonna lunga fino al ginocchio, anch'essa in panno di lana di colore rosso e bordata da una frangia color oro; a questa si attaccava un corpetto dello stesso tessuto bordato in oro, allacciato sul petto tramite stringhe, le quali servivano anche a legare al busto le maniche staccate. La camicia era in cotone bianco, fittamente arricciata sul petto, priva di scollo e decorata da merletto all'altezza della gola. Il particolare grembiule, diverso per tipologia dagli altri diffusi in territorio abruzzese, si configurava come un moderno grembiule da lavoro con bretelle che andava a coprire il corpo dal petto fin sotto le ginocchia; realizzato in panno di lana blu con fodera verde scuro, era decorato da due fasce (una presso il bordo inferiore con motivi fitomorfi e l'altra all'altezza del bacino con un motivo a rete) e stretto in vita da un nastro rosa. Particolare anche il copricapo, costituito da un panno di lana rettangolare blu scuro bordato d'oro, ripiegato in modo da far cadere una parte di esso sulle spalle ed un'altra parte fino all'altezza delle orecchie, per terminare con un quadrato di tessuto sul davanti, il tutto fermato a mo' di "cappelletto" da una fascia color oro. Sotto questo cappelletto veniva indossata una tovaglia di cotone annodata sul capo a mo' di turbante lasciando ricadere la parte finale sulla spalla. Le scarpe, con tacco basso, erano di cuoio marrone. La seconda tipologia consisteva in una lunga gonna in panno di lana azzurro, con l'orlo inferiore decorato da due fasce color oro. Sopra questa, nella parte posteriore, veniva indossata una sopragonna del medesimo tessuto, bordata e decorata da due fasce, di cui una (più larga) con motivo a rete; questa veniva rimboccata all'altezza della vita e fissata tramite la fettuccia del grembiule legata anteriormente a formare un fiocco. Il grembiule, di lana rossa decorata da due larghe bande a motivi fitomorfi, era tanto lungo da coprire quasi tutta la gonna. La camicia, in cotone bianco, era fittamente arricciata sul petto, sulle spalle e all'altezza dei polsi, con un leggero scollo bordato da merletto. Il corpetto, dello stesso tessuto della gonna, era decorato da nastri dorati e giungeva all'altezza del petto, lasciando scoperta gran parte della camicia; a questo si legavano le maniche staccate, similmente decorate. Il fazzoletto da testa in cotone bianco, di forma rettangolare e bordato di pizzo, veniva indossato ripiegato in modo da far ricadere la parte inferiore al di là delle spalle e quella superiore al di sotto delle orecchie. Le calze erano in filo di cotone bianco mentre le scarpe, di cuoio marrone e munite di tacco, erano allacciate tramite stringhe.
SANTO PATRONO: Maria Santissima Assunta, festeggiata il 15 Agosto
GASTRONOMIA: CIFFI E CIAFFE
cuore fegato e budella di agnello
1 bicchiere di olio
1 cipolla grossa
1 ciuffo di prezzemolo
1 ciuffo di maggiorana
5 spicchi di aglio
1 pizzico di pepe macinato
sale q.b.
Pulire a taglaire a pezzi piccoli cuore e fegato di agnello. Soffriggere l'olio in un tegame. Versarvi il tutto. A metà aggiungere gli odori, salare e pepare. Servire caldo
PERSONE FAMOSE DEL COMUNE:
Niccolò di Valle Castellana, vissuto nel XIV sec. fu un apprezzato miniaturista.
Vincenzo Bonifaci, (1864-1943), avvocato e, poi, notaio in Bellante. Professore di economia politica all'Istituto di Teramo, fu autore di saggi su Giordano Bruno e Socino.
Felice Lattanzi (1878-1957), sacerdote, scrittore e giornalista, fu autore degli Appunti storici su Valle Castellana, in tre volumi, opera di grande impegno e ancor oggi fondamentale. Fu peraltro il fondatore e animatore del giornale "Il Castellano".
PACIFICO CICCONI
Pacifico Cicconi era un contadino; il suo lavoro era l'unico sostegno per la sua numerosa famiglia con moglie, sorella e 9 figli, tutti a suo carico tranne la prima figlia sposata. Nell'autunno del 1943 diede rifugio a 3 soldati inglesi in fuga nella Macchia, ospitandoli e nascondendoli nella propria abitazione, situata tra i boschi, nella piccola frazione "Colle Rustico". Malgrado l’origine contadina, amava leggere, e soprattutto, reduce da 2 viaggi in America al fine di procurarsi denaro per costruire la sua casa a Valle Castellana, aveva acquisito una buona conoscenza della lingua inglese; pertanto i 3 soldati, oltre ad avere ospitalità, trovarono in Pacifico anche il conforto della comunicazione. Del fatto era a conoscenza tutto il piccolo paese, ma Pacifico si accollò l’onere di rifugiare i 3 soldati fino a guerra conclusa, confidando anche nella buona fede dei suoi paesani. I fascisti del paese tuttavia tradirono la sua fiducia, comunicando alle truppe naziste di Teramo, già alla ricerca degli evasi, dove erano nascosti i 3 soldati inglesi. All'alba del 5 novembre 1943, le truppe tedesche guidate dai gerarchi fascisti del paese si recarono presso la sua abitazione; testimonianze parlano di un gruppo superiore alle 10 unità, una vera e propria spedizione. Pacifico fece subito fuggire dalle finestre i 2 figli appena maggiorenni. Alcuni tedeschi che pattugliavano fuori la casa non esitarono a sparare, ma grazie all'estrema conoscenza dei boschi e alla velocità della loro fuga, i due ragazzi riuscirono a evitare le pallottole. Pacifico eroicamente restò con la moglie, la sorella e figli minorenni. Vista l'evidente inferiorità numerica rispetto ai nazi-fascisti, salì all'ultimo piano della casa armato solo di un’ascia, e pensò di uccidere, a mano a mano, chi avrebbe tentato di prenderlo. All'ultimo piano vi si accedeva con una scala che finisce in una botola. Un maresciallo tedesco, armato di rivoltella, fu travolto da un colpo d'ascia sulla fronte. Gli altri tedeschi, vista tanta determinazione, decisero di lanciare un ordigno al piano superiore. Pacifico, stordito dall'esplosione, era ormai incapace di difendersi con l'ascia, e per i tedeschi fu facile finirlo con due colpi di arma da fuoco. Tutti gli altri furono condotti fuori dall'abitazione e messi in fila sotto i mitra, mentre altri nazi-fascisti rastrellarono la casa di quei pochi valori che la famiglia aveva. Prima di andare via, quale atto di sfregio essendo ormai vicino l'inverno, spararono ai vetri delle finestre. I 3 soldati inglesi furono portati via e di loro non si seppe più nulla. A guerra terminata l'Ambasciata Inglese inviò un documento di riconoscimento, da parte del maresciallo Alexander comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo, in cui il Regno Unito di Gran Bretagna esprimeva rincrescimento alla moglie del Cicconi per quanto accaduto e i più sentiti ringraziamenti.
MANIFESTAZIONI ED EVENTI: 15 Agosto, festeggiamenti in onore di Maria Santissima Assunta
ASSOCIAZIONI:
- Pro Loco PASCELLATA
Indirizzo
Via Principale 14, Pascellata - 64010 Valle Castellana
Contatti
Legale rappresentante Emanuele Palmarini
Telefono 0861-93339
Telefono 3495-383286
Email info@prolocopascellata.it
Sito web http://www.prolocopascellata.it - Pro Loco SAN GIACOMO
Indirizzo
Via San Giacomo, San Giacomo - 64010 Valle Castellana
Contatti
Legale rappresentante Umberto Trenta
Telefono 0861-930123
Telefono 368-3048700
Fax 0861-930951
Email mauro.corradetti@alice.it - Pro Loco SS. ANNUNZIATA
Indirizzo
Via Capoluogo - 64010 Valle Castellana
Contatti
Legale rappresentante Giampiero Anemone
Telefono 349-5554843
Fax 0861-93557
Email proloco.ssannunziata@tiscali.it