Comune di Giulianova
DESCRIZIONE:
Giulianova è Comune della Provincia di Teramo, e conta 21.500 abitanti circa.
Il Comune ha sede in Corso Garibaldi
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ORIGINE DEL NOME:
ORIGINI DEL NOME
Il nome della città deriva dal suo fondatore, Giulio Acquaviva, che ricostruì il "Castrum" alla foce del fiume Tordino nel 1472
STORIA: La presenza umana nel territorio di Giulianova data dal periodo neolitico. Il ritrovamento di pesi fittili di forma sferica con foro centrale testimonia infatti la frequentazione dell'area da parte di popolazioni preistoriche o protostoriche dedite alla pesca.Le origini di Giulianova risalgono al III secolo a.C. quando i romani crearono una nuova colonia marittima chiamata Castrum Novum Piceni che divenne un importante crocevia commerciale, anche in virtù del suo porto. Per la nuova colonia marittima, la seconda del Superum Mare, si scelse un terrazzo geologicamente stabile prossimo al fiume Tordino, con asse longitudinale parallelo alla costa, assai probabilmente occupato in precedenza da un centro piceno, chiamato Batinus o Batia, di cui alcuni significativi rinvenimenti, soprattutto frammenti di ceramica messapica, coppette e vasetti per unguenti, documentano gli intensi contatti con le aree dell'Apulia. Pur mancando una sicura documentazione relativa alle mura urbane, tuttavia è pensabile che Castrum Novum Piceni, il cui impianto sembra discostarsi significativamente dai consueti parametri urbanistici delle colonie romane, venne fortificato assecondando le difese naturali del terreno, in primo luogo il ciglio del pianoro, mentre la piccola sella di raccordo con la parte più alta del sistema orografico, al limite settentrionale dell’attuale cimitero, fu opportunamente approfondita e trasformata in fossato, eliminando così l’unico settore vulnerabile presente nell’apparato protettivo. I punti di accesso vennero scelti in funzione di un rapporto ottimale tra impianto urbano e collegamenti interregionali: in direzione di Roma per mezzo della via Cecilia, e mediante la Salaria verso gli altri centri della costa adriatica. La città, nata come caposaldo per esercitare un penetrante controllo marittimo, divenuta importante nodo stradale e dotata di un impianto portuale si pensa esteso tanto alla sinistra che alla destra del fiume, rivestì anche, grazie alla sua posizione strategica, un rilevante ruolo commerciale. Sondaggi eseguiti nel 1986, infatti, hanno messo in luce alcune strutture abitative, riferibili al periodo compreso tra la prima fase coloniale e l’età imperiale, con settori destinati ad attività artigianali, mentre le numerose lucerne recuperate nei saggi di scavo eseguiti tra via Gramsci e il vecchio cimitero rimandano alla presenza di un impianto di produzione locale in aggiunta a siti per l'immagazzinaggio: da ciò l’ipotesi di una distribuzione funzionale dei quartieri con attività specialistiche, in prossimità delle attrezzature portuali, che conservarono la loro vocazione sino alla tarda antichità. Ricordato come centro potente e fortificato da Plinio, Tolomeo, Velleio Patercolo e Strabone, Castrum Novum Piceni, che in età imperiale ebbe anche i bagni termali, conobbe una forte espansione extraurbana in direzione della costa fino a raggiungere un perimetro stimato da alcuni studiosi in oltre due chilometri. Gli strati murari del sottosuolo, e più ancora un tesoretto monetale scoperto nel 1828 in parte liquefatto e in parte arrossito dal fuoco, inducono a ritenere che nel corso della sua esistenza la città subì più di una devastazione: tuttavia Castrum Novum Piceni fu ricostruito se nel suo agro furono dedotte colonie militari da Augusto e da Nerone e se, almeno nel I secolo dell'Impero, ebbe un suo Prefetto. Medioevo: Castel San Flaviano Nel periodo successivo alla tarda età imperiale l'abitato subì sicuramente una forte contrazione: forse a causa della eccessiva vicinanza al fiume, tutta l'area meridionale, quella cioè a carattere artigianale-commerciale, venne abbandonata e subito occupata da sepolture, come indicano le tombe a cappuccina scoperte una prima volta nel 1932 nei pressi della chiesa di S. Maria a Mare e come confermano analoghi e recenti rinvenimenti sul versante nord-orientale della collina. Sulle vicende relative al periodo post-romano le notizie sono scarse e assai frammentarie. Tuttavia le indagini sinora condotte indicano la trasformazione dell'antica colonia romana, durante il VI secolo, in castrum bizantino menzionato da Giorgio Ciprio col nome di Kástron Nóbo. L'insediamento, per la cui fortificazione vennero riutilizzate le strutture difensive di Castrum Novum, continuò a rivestire un ruolo strategico assai importante. A presidio dell’incrocio tra la via litoranea e l’antico tracciato lungo il fiume Tordino, Kástron Nóbo, che pure continuò a servirsi degli impianti portuali dell’antico centro romano per forme di cabotaggio su rotte non marginali, fece parte del sistema bizantino di difesa presente lungo la costa abruzzese. Fu in questo periodo che venne innalzato il tempio poi dedicato a S. Flaviano, ubicato a nord, fuori le mura, e perciò molte volte danneggiato in occasione delle incursioni e degli eventi bellici. La longobardizzazione di Kástron Nóbo, con acquisizione di una estesa proprietà pubblica poi passata per donazione alla chiesa teramana, si pensa dovette avvenire negli anni successivi al 590, seguendo la conquista di Ascoli, Fermo e, in territorio abruzzese, di Castrum Truentinum. Documenti archivistici del IX secolo segnalano la nuova importanza acquisita dall’abitato che, consolidatosi sulla eminenza collinare subito a nord del precedente insediamento romano, fu protetto da un quadrilatero fortificato di derivazione bizantina con torri aggettanti agli angoli e lungo i lati. Il borgo medievale prese il nome di Castrum Sancti Flaviani, poi mutato in Castrum ad Sancto Flaviano, Castrum in Sancto Flaviano e quindi, nel XIII secolo, Castel San Flaviano, in onore del Patriarca martire di Costantinopoli. Secondo una tradizione antichissima e suggestiva, le spoglie di San Flaviano, composte in un'arca d'argento, vennero inviate in Italia da Galla Placidia, figlia di Valentiniano III; la nave recante il sacro deposito, diretta a Ravenna, spinta da un fortunale sarebbe approdata sulle coste dell'attuale Giulianova con la traslazione dell'arca nella chiesa bizantina, nell'occasione forse trasformata nel grandioso complesso architettonico che ebbe larga rinomanza per tutto il medio evo e le cui vestigia ancora nel XVI secolo erano riconoscibili al geografo tedesco Cluverio. Importante, ricca e prestigiosa, culturalmente vivace (vi nacquero i giuristi Berardo e Taddeo di S. Flaviano), attiva nei commerci marittimi grazie al porto cui venne aggiunto anche un hospitium per pellegrini e degenti non lontano dalla chiesa di S. Maria a Mare, che alcuni studiosi vogliono punto di riferimento spirituale per gli imbarchi in Terrasanta ipotizzando un suo collegamento ai Templari. La città, che secondo il canonico alsaziano Joseph Anton Vogel, fu sede episcopale e in cui numerosi e fiorenti furono gli ordini religiosi e gli edifici sacri, ospitò almeno due pontefici, Clemente II e Lucio III, oltre all’imperatore Arrigo III. Feudo, a partire dal 1382, di Acquaviva, Castel San Flaviano, oltre a patire saccheggi e devastazioni negli anni turbinosi del Trecento, venne coinvolto con effetti disastrosi nella famosa battaglia di San Flaviano combattuta il 27 luglio 1460 nei suoi pressi fra le truppe di Federico Montefeltro e Alessandro Sforza da una parte, e di Jacopo Piccinino con Bosio Santofiore dall'altra. Età moderna: Giulia, la fondazione di una città ideale del Rinascimento Una decina d'anni dopo Giulio Acquaviva d'Aragona, Duca di Atri e Conte di San Flaviano, invece di ricostruire Castel S. Flaviano sulle sue rovine, fondò una nuova città che chiamò Giulia, dal suo nome, sulla collina adiacente. Nata a partire dal 1470 non senza significato al confine tra Regno di Napoli e Stato della Chiesa, Giulianova rappresenta nell'area del medio Adriatico lo straordinario prodotto di una razionalità superiore. Un'impresa grandiosa cui il suo fondatore, Giulio Acquaviva d'Aragona, condottiero di fama ma anche raffinato protagonista della vita di corte tra Napoli, Firenze, Roma e Urbino, consegnò l'ambizioso sogno di farne non solo il centro propulsore e il principale centro del suo vasto ducato, con pieno controllo delle vie terrestri e marittime, ma anche un vero e proprio esperimento progettuale, in linea con le più avanzate riflessioni della cultura umanistica. L'impianto urbano, di grandissimo interesse, viene quindi basato sullo studio di Vitruvio e rimanda ad una sicura consapevolezza delle teorie di Leon Battista Alberti e Francesco di Giorgio Martini, dell'esperimento ambizioso di Pienza e della fantasia utopica di Sforzinda. La storia della città, e delle suggestioni recepite dall'architetto che la ideò, vengono ora per la prima volta messe in luce, sulla scorta di una ricca e inedita documentazione frutto di un meticoloso lavoro di ricerca, da Mario Bevilacqua, docente di Storia dell'Architettura all'Università di Firenze. Alla vista del visitatore colpisce la mole ottagona del Duomo con la sua cupola, perno dell'assetto urbanistico quattrocentesco, che guarda dall'alto le case,i torrioni e l'Adriatico. La possente cinta muraria che l'avvolge viene realizzata facendo ricorso ai più moderni sistemi difensivi; anche il suo impianto, così come le principali emergenze architettoniche, a iniziare dalla possente chiesa di S. Maria in platea (ridenominata S. Flaviano nell'inoltrato '500), primo esempio di chiesa ottagonale nell'Abruzzo adriatico e dotata di un'ardita cupola che cronologicamente precede quella di San Pietro, rimandano alle più aggiornate riflessioni umanistiche, con la chiara organizzazione degli spazi, porte e piazze specializzate, edifici sacri collegati ciascuno al proprio ambito urbano. La straordinaria originalità, il raffinato linguaggio matematico-proporzionale come anche i complessi significati politico-militari e civili presenti nel piano di fondazione, fanno di Giulianova una città ideale sull'Adriatico. Nei secoli successivi Giulianova subì alcuni memorabili saccheggi, nel cinquecento da parte dei Lanzichenecchi, e, in età napoleonica, da parte dei Francesi che distrussero interamente l'Archivio ducale. Età contemporanea: lo sviluppo costiero e il centro balneare Con la realizzazione dell'unità nazionale è il primo centro del vecchio Regno di Napoli ad essere visitato dal re Vittorio Emanuele II; a ricordo dell'evento ancora oggi sulla ottocentesca piazza della Libertà a guardare dall'alto la terrazza del Belvedere e quindi la città è la statua bronzea del re dello scultore giuliese Raffaello Pagliacetti. Dopo l'abbattimento di parte delle mura (1860) per l'aumento della popolazione e della conseguente richiesta di spazio, la città iniziò ad estendersi sul resto delle collina e in direzione dell'Adriatico dove si venne a formare con l'inaugurazione del tratto ferroviario Ancona-Pescara, a cavallo fra ottocento e novecento, il primo nucleo del Borgo Marina che sarebbe divenuta più tardi Giulianova Lido. Tra XIX e XX secolo diventa meta vacanziera tra le più eleganti della riviera adriatica e sorgono splendide ville liberty che ancora oggi costeggiano il lungomare e il viale dello Splendore nella parte alta della città, e il lussuoso albergo Kursaal Lido con il suo colonnato, oggi sede per congressi e mostre. Durante il regime fascista viene realizzato il grande Lungomare Monumentale sul modello del viale della Vittoria a Bengasi del celebre Foschini. Nel corso dell'ultima guerra (febbraio 1944) la città fu sconvolta da un pesante bombardamento aereo che causò vittime e danni materiali.
GEOGRAFIA:
Il Comune ha una superficie di 27,7 Kmq. e raggiunge una altitudine di 68 Mt. S.L.M.
Il suo territorio si estende per circa 27 km²., tra i confini naturali formati dal fiume Salinello, a Nord, e dal fiume Tordino, a Sud. A Ovest confina con il Comune di Mosciano Sant'Angelo; a Sud col Comune di Roseto degli Abruzzi; a Nord con quello di Tortoreto; a Est col Mare Adriatico. Il Centro Storico, edificato su un’amena collina (70 msm circa), a meno di un km in linea d'aria dal mare, e il moderno Lido, cresciuto armoniosamente negli ultimi cinquant'anni, si affacciano sul Mare Adriatico, di cui godono le bellezze ed il benefico clima.
GEOGRAFIA ANTROPICA
Le frazioni di Giulianova sono:
- Colleranesco
- Villa Pozzoni
- Villa Volpe
- Case di Trento
TURISMO:
Sullo Zingarelli del 1936 alla voce spiaggia si trovava uno dei più antichi stabilimenti d'Italia: il Venere di Giulianova; da sempre quindi la spiaggia per eccellenza, l'idea canonica, "da vocabolario", è quella giuliese. Tra le possibilità legate al turismo vi sono appunto la spiaggia di fine sabbia dorata insignita da anni della Bandiera Blu, il porto turistico, la ricettività maggiore della provincia (alberghi, ristoranti, chalet), la pista ciclabile che attraversa tutto il lungomare e che si collega a nord con Tortoreto (attraverso un ponte in legno strutturale sul torrente Salinello) e a sud con Cologna spiaggia sul fiume Tordino. Le manifestazioni non si svolgono solo in estate. L'appuntamento più importante dell'anno cade nei giorni attorno al 22 aprile, giorno dedicato ai festeggiamenti, nella parte antica addobbata con luminarie e stendardi, dedicati alla Patrona, la Madonna dello Splendore, con un tradizionale palio il 21, e il Festival Internazionale delle Bande Musicali, che sotto il Patronato del Presidente della Repubblica, richiama migliaia di spettatori per ammirare i complessi bandistici provenienti da tutto il mondo.
Nei periodi di Pasqua e Natale il Centro Storico si anima con le bellissime sacre rappresentazioni del presepe vivente per i vicoli e le piazze, e della Passio Christi, lungo la scalinata che collega la parte alta con il Lido. Da sempre Giulianova è anche importante meta di pellegrinaggi mariani, data la presenza del Santuario della Madonna dello Splendore, retto dai cappuccini, sorto sul luogo dove la Vergine apparve circondata di luce il 22 aprile 1557. A memoria dell'evento la Madonna fece sgorgare dell'acqua portatrice di guarigioni del corpo e dell'anima e che oggi ancora zampilla dalle fontane del Santuario. Da alcuni anni è presente una Via Crucis monumentale e, nel chiostro, un Museo d'arte Contemporanea-MAS e una biblioteca di abruzzesistica con testi antichi.
SAN FLAVIANO
L’imponente Duomo di San Flaviano è dedicato al Santo Patriarca di Costantinopoli, Martire per aver difeso la duplice natura umana e divina di Cristo contro il monofisismo di Eutiche,e le cui spoglie approdarono sulle coste giuliesi nel V secolo; realizzato a partire dal 1472 e originariamente chiamato S. Maria in piazza, è tra i più interessanti e singolari monumenti dell’Abruzzo. Ci troviamo infatti al cospetto di un organismo edilizio ad impianto ottagonale, che risente del Rinascimento toscano ma anche dalle esperienze lombarde ed umbre, perfettamente uniforme ed accurato in ogni parte. La militaresca solidità della costruzione, frutto di una scelta intenzionale nel solco del pragmatismo quattrocentesco, viene accentuata, oltre che dalle poderose mura spesse oltre due metri e da lesene di rinforzo angolari, dal giro di beccatelli e caditoie che corona i lati, come negli apparati a sporgere delle contemporanee fortezze ideate a scopo difensivo. Una tipologia architettonica che, sebbene rintracciabile in alcune località della regione, tuttavia rende il tempio di S. Flaviano, per imponenza, il primo esempio del genere nell'Abruzzo adriatico e, come tale, un vero e proprio esperimento progettuale. Oltre all’impianto ottagonale, con tutte le implicazioni di simbolismo mistico ad esso ricollegabili, l’altro e più importante elemento di originalità della chiesa è costituito dalla elegante ed audacissima cupola a calotta semisferica, che precede cronologicamente quella di S. Pietro. La cupola, poggiante su un tamburo pure ottagonale alto circa due metri con una finestrella ad ogni lato e concluso da una cornice dentellata, presenta, internamente ed esternamente, due aspetti differenti. L’emisfero interno, tangente ai lati, è raccordato con l’ottagono mediante pennacchi sferici; il mantello esteriore, invece, è una superficie generata da una curva composta da due archi di raggio differente, raccordata in modo da apparire slanciata in forma di cono fino alla piccola lanterna ottagonale. Nell’assenza, all’epoca e per molto tempo ancora, di altre eminenze edilizie, la presenza di questa ardita cupola svettante sull’orizzonte oltre le mura fungeva da punto di riferimento e di richiamo per il territorio circostante: lo confermerebbe l'originario rivestimento costituito, secondo l’opinione di alcuni studiosi, da mattonelle smaltate d'azzurro, con voluto effetto rinfrangente. Il deterioramento del materiale è alla base della sostituzione, avvenuta in tempi risalenti, con laterizi grezzi di terracotta ad embrice semicircolare, la cui forma si ritiene riproduca quella antica. La saldatura agli edifici meridionali dell’edificio venne realizzata tra la fine del ‘500 e il primo ‘600, come lasciano pensare, oltre alla mancanza di continuità nelle linee architettoniche di collegamento, il diverso spessore delle murature e la differente fattura che esiste tra le cortine del tempio, della sacrestia e del contiguo fabbricato. Ma in origine l’ottagono delluoghila chiesa di San Flaviano dovette essere completamente libero da ogni lato, fronteggiando, su quella che oggi è la piazza Buozzi, il palazzo dei duchi Acquaviva, a sottolineare i due poteri sulla città: quello spirituale e l’altro civile. Al di sotto della Colleggiata si apre la cripta con bella e caratteristica volta ad ombrello nascente dalle arcate che, su pilastri, separano la parte centrale da un ambulacro circolare perimetrale, recante resti di affreschi del Cinquecento. È qui che, essendo il Duomo ancora non ultimato, nel 1478 vennero trasportate e quindi a lungo conservate le spoglie del Patriarca di Costantinopoli, San Flaviano, cui la chiesa venne successivamente dedicata. Con il completamento dell’edificio, la cripta venne quindi utilizzata per le funzioni meno solenni e il sottosuolo per la sepoltura dei cittadini più abbienti e dei membri della confraternita del Rosario che ebbe qui sede dalla seconda metà del ‘500. Gli interventi di restauro del 1926 come quelli avviati a partire dal 1948 sotto la direzione dall’architetto Arnaldo Foschini, entrambi imposti dalle precarie condizioni statiche della struttura ma anche dai problemi legati alla persistente infiltrazione delle acque piovane, eliminando le decorazioni barocche con l'intento di ridonare agli interni quella sobrietà propria dei canoni architettonici quattrocenteschi. Oggi al visitatore la chiesa si mostra pertanto nella sua nuda spazialità, appena movimentata da semplici e poco profonde nicchie ricavate nei sei lati dell’ottagono, mentre di fronte all’ingresso è l'altare, collocato sotto l’alta arcata del presbiterio. L'ambiente architettonico, per essere goduto pienamente, deve essere assaporato in silenzio, nella penombra del tamburo appena rischiarata dalla luce che filtra dal pozzo del lanternino: abituati alla spettacolarità dei secoli successivi è invece così pacatamente che il Quattrocento si svela. Al momento sono conservati altrove, per ragioni di sicurezza, nell'attesa che venga finalmente istituito un museo nella cripta, alcuni pregevoli lavori di oreficeria tre e quattrocenteschi di scuola abruzzese che costituiscono il Tesoro del Duomo, tra cui la preziosa e raffinata cassetta-reliquiario d’argento, lavorata a sbalzo e con indorature, contenente le reliquie del Santo patrono, il braccio-reliquario di San Biagio, cesellato in argento, firmato da Berardo da Teramo, e la bella Croce-reliquario del XIV secolo realizzata in argento con smalti azzurri. Con i pesanti lavori di ripristino l'arredamento artistico della chiesa è stato sostituito da opere contemporanee di alto livello: all'altare sinistro molto pregevole è infatti il marmo Madonna col Bambino di Venanzo Crocetti; sempre del Crocetti, ma sull'altare maggiore, è il grande Crocifisso bronzeo, realizzato nel 1959; a destra dell’altare maggiore è il battistero in travertino istoriato, con angeli volanti nella conca e, in bronzo, il Battesimo di Gesù, dello scultore di Palestrina Francesco Coccia; da notare l’altare in pietra di Trani sormontato da un magnifico gruppo in bronzo di tre figure (Crocifisso, la Vergine e San Flaviano), realizzato sempre dal Coccia nel 1951. Le raffigurazioni della Via Crucis sono lavori a carboncino di Aligi Sassu.
Santuario Maria SS.ma dello Splendore.
La fondazione del Santuario Maria SS. dello Splendore, nel 1907 annoverato tra i più celebri santuari italiani ed ancora oggi meta di numerosi pellegrinaggi, viene tradizionalmente collegata alla miracolosa apparizione della Vergine, cinta da accecante luce e assisa su un ulivo, ai piedi del quale scaturì una sorgente d’acqua tuttora esistente, ad un taglialegna di nome Bertolino, originario del vicino villaggio di Cologna. Sul luogo dell’evento venne inizialmente edificato un capitello votivo, quindi una chiesa affidata ai monaci Celestini, che eressero un monastero di cui si fa menzione in un documento d’archivio nel 1523, smentendo quindi l’anno indicato come quello del miracolo. Infatti, secondo la Cronaca seicentesca di un monaco celestino del santuario, l'apparizione avvenne il 22 aprile 1557, prendendo l'anno dall'iscrizione sull'architrave della chiesa; in verità la scoperta di documenti che citano il complesso religioso risalenti addirittura ai primi decenni del Quattrocento, ci riportano ad un 22 aprile molto più remoto. Originariamente grancia di S. Onofrio di Campli, il monastero evitò la soppressione innocenziana del 1652 grazie all’autorevole intervento del duca Giosia III Acquaviva d’Aragona, fervido patrocinatore del culto mariano, il quale ottenne la sua erezione in priorato e, nel 1656, il riconoscimento giuridico, con la cessione a favore della comunità monastica di vasti appezzamenti di terreno, masserie e di cospicue rendite in denaro. Prendono avvio in questo periodo interventi, voluti da Giosia III e proseguite con il figlio Giovan Girolamo II, sull’originario organismo architettonico della chiesa. Oltre all’ampliamento dell’unico vano, venne rialzato il tetto, con volte a cielo di carrozza e controvele, e si mise mano alla facciata, terminante con un timpano con cornicione sui lati spioventi, cui venne aggiunto, sul fronte, un portichetto costituito da due archi laterali e tre anteriori. Pure alla munificenza dei due duchi e delle rispettive consorti, Francesca Caracciolo ed Eleonora Spinelli, si devono il tabernacolo dell’altare maggiore, due superbi paliotti, arredi sacri di squisito gusto artistico e una cortina di damasco finemente ricamata in oro zecchino, ancora presente negli anni Trenta dello scorso secolo e in seguito trafugata. Soppresso con decreto del 13 febbraio 1807, il monastero dei Celestini, dopo reiterate istanze da parte della popolazione, nel 1847 verrà assegnato ai Padri Cappuccini, tuttora presenti, incaricati della custodia del culto mariano. Si deve ai religiosi l’innalzamento, intorno al 1857, della torre campanaria con la cuspide ad otto vele diritte, la costruzione dell’ampia Sacrestia, sostituitasi alla precedente ormai inadatta, e i lavori che, oltre a consentire la realizzazione, a partire dal 1927, dell’attuale convento, hanno modificato, dal 1937 al 1959, la chiesa, ulteriormente ampliata e dotata nel 1946 di un nuovo altare maggiore. Nell’edificio sacro, a croce latina e decorato con grandi pitture murali eseguite nel 1954 su progetto di P. Giovanni Lerario da Alfonso Tentarelli, si conserva all'altare maggiore entro una cortina di raggi dorati la miracolosa e venerata effigie della Madonna dello Splendore, una statua lignea dipinta e dorata della Madonna con il Bambino benedicente, di autore ignoto e risalente al XIV-XV secolo. Dagli anni ’50 dello scorso secolo la statua è inserita in una raggiera, simbolo della luce divina, posta sopra un tronco di albero rievocante l’ulivo su cui apparve per la prima volta. Vicino al tronco, dalle cui radici sgorga l’acqua benedetta, vi è la statua del veggente Bertolino in atto di meraviglia. Notevole, nell'adiacente sacrestia, è la cinquecentesca Pala dello Splendore, raffigurante la Vergine con il Bambino in gloria e i santi Pietro, Paolo, Dorotea e Francesco, opera del Veronese. Pure nella sacrestia è il bel tabernacolo ligneo, con inserti d’ebano, realizzato tra il 1720 e il 1723 e attribuito ai maestri marangoni, cioè gli ebanisti cappuccini, fra Serafino da Nembro, fra Michele della Petrella e fra Stefano da Chieti. Del pittore Giacomo Farelli sono i seicenteschi quadri ad olio su tela presenti nel coro rappresentanti l'Immacolata concezione, l’Annunciazione dell’Angelo a Maria, la Natività di Gesù e l’Assunzione di Maria al cielo, che un tempo ornavano i quattro altari laterali della chiesetta barocca. Gli interventi di recupero e valorizzazione avviati a partire dal 1986, oltre ad aver interessato la facciata della chiesa, portata al nudo mattone, e condotto alla realizzazione di un nuovo portico adornato di mosaici, hanno permesso il ripristino, nel chiostro, dell'antico bagno. L'acqua della polla sorgiva, creatasi a seguito dell’apparizione miracolosa e situata sotto l'altare maggiore della chiesa, mediante apposita canalizzazione viene raccolta in vasche e in una piccola piscina realizzate sotto un porticato in travertino: l’ambiente è stato impreziosito da mosaici policromi raffiguranti scene del Nuovo e del Vecchio testamento e con artistici bassorilievi in marmo. Questo ambiente immerso nel giardino che guarda il mare è meta di pellegrino che cercano in queste acque la guargione del corpo e dello spirito. Notevole, poi, è la monumentale Via Crucis collocata lungo la ripida e panoramica via Retta o Bertolino: le grandi statue di bronzo, sistemate su ampie piazzole, sono opera dello scultore Ubaldo Ferretti, allievo di Pericle Fazzini.
Chiesa di Santa Maria a Mare
Notizie: La chiesa di Santa Maria a Mare sorge al di fuori del centro storico, lungo la costa. Si trova sul luogo dell'antica città romana di Castrum Novum che poi divenne il centro medievale di San Flaviano. Non si può stabilire con certezza la data di fondazione dell'edificio a causa della mancanza di una esauriente documentazione. Le testimonianze più antiche risalgono al XII secolo: in un documento del 1108 si dice che un certo Attone Comite risiedeva "in Ecclesia S. Mariae Juxta Mare sitam", un altro del 1120 fa riferimento alla situazione precedente della chiesa. E' quindi probabile che essa sia stata costruita prima dell'anno Mille e riedificata dalle fondamenta nel XII secolo. Fu il vescovo Guido, per riconoscenza al borgo di San Flaviano, che lo aveva ospitato nella difficoltà della guerra, a ricostruirne la chiesa nel 1156. La chiesa ha subìto notevoli trasformazioni e modifiche nel corso del tempo mantenendo però i suoi caratteri romanici. L'ultimo restauro effettuato tra il 1964 e il 1968 ha riportato alla luce il suo aspetto duecentesco, ha salvaguardato molti resti dell'architettura romanica, ha eliminato le aggiunte dei secoli XVII e XVIII, in netto contrasto con lo stile originario, per riportare l'edificio al suo aspetto primitivo. La struttura duecentesca presentava tre navate con tre corrispondenti absidi semicircolari; colonne circolari di grosso fusto in laterizio dividevano le navate tra loro. Di questa primitiva costruzione rimangono solo le colonne mentre le absidi sono state eliminate nel corso di un lavoro di ampliamento trecentesco e sostituite da una parete lineare, e le navate sono state ridotte a due a causa di crolli. Tutta la struttura esterna è in laterizio, le pareti sono rinforzate da lesene e rifinite dal coronamento di arcatelle semicircolari secondo l'uso lombardo. Le arcatelle sono formate da mattoni in cotto sagomati La parete sinistra è interrotta da lesene e tre colonne rotonde che reggono tre archi. Un tempo l'intera parete era accompagnata da una ricca decorazione ad archetti che oggi è scomparsa. Due piccole finestre servono ad illuminare l'interno. La parte destra, per gran parte originaria, si presenta più articolata dell'altra con due ingressi, quattro lesene e cinque finestre, di cui tre ad arco acuto. Una fila di quarantacinque archetti pensili definisce la parte alta della muraglia. Al di sopra e al disotto di questa cornice corrono altre due file decorative costituite da mattoncini in cotto a forma di rombi in alto e di denti di sega in basso. Questi motivi decorativi delle arcatelle presentano somiglianze con le arcate della chiesetta di San Getulio a Teramo e con quelle delle absidi della chiesa di Sant'Angelo a Pianella. La facciata in laterizio ha forma a capanna. Al di sotto delle falde del tetto sono sedici archetti pensili, motivo che si ritrova anche nelle pareti laterali. La falda di destra è interrotta dal campanile, posto sulla parte destra della chiesa. Nella parte sinistra del prospetto è un elegante portale. Il campanile attuale è stato sostituito a quello romanico di cui restano alcune lastre in travertino nella parte bassa. Si tratta di un campanile a vela con due campane sovrapposte. Il portale, stilisticamente vicino a quello della cattedrale di Atri e della chiesa di S. Francesco a Città Sant'Angelo, viene riferito, per lo stile di realizzazione, all'inizio del Trecento ed attribuito allo stesso autore, Raimondo di Poggio, maestro scalpellino ed architetto. A tal proposito ipotizza il Gavini (Gavini 1927, edizione 1980) che gli allievi della scuola atriana intervennero sul posto a completare la costruzione della chiesa di S. Maria a Mare. Il portale si presenta piuttosto schiacciato, limitato nel suo sviluppo in altezza dalle dimensioni ridotte della facciata. Sui lati tre robuste colonne culminanti in capitelli elegantemente lavorati a foglie, margherite ed animali mitologici, fanno da sostegno agli archi della parte superiore costituenti l'archivolto. Sovrasta questa struttura un timpano, anch'esso schiacciato e ridotto, chiuso da una cornice a nastro che ai tre vertici forma dei nodi rotondi, più grande quello centrale rispetto ai due laterali. La grande differenza rispetto ai portali di Atri è la mancanza dell'architrave; qui ridotto ad una semplice e liscia lastra di marmo, in quel caso un pezzo di grande rilievo artistico. Sui capitelli delle colonne esterne stanno due basi con due leoni accovacciati, simbolo della forza e della potenza della Chiesa che non teme di essere perseguitata, come è accaduto dall'origine della sua storia; a simboleggiare questa forza è il leone di destra che sembra intrattenere una lotta con un drago, simbolo di eresie e persecuzioni mentre quello di sinistra più pacatamente regge in mano un libro. La parte più ricca e preziosa del portale è l'archivolto, riccamente decorato secondo la maniera atriana. Sembra che in questa ricchezza di intagli e decorazioni il maestro volesse compensare la nudità e semplicità dell'insieme condizionata dalle dimensioni ridotte. L'archivolto risulta composto da quattro archi concentrici e presenta due facce, una anteriore decorata con motivi floreali, animali e volti umani, l'altra è quella sottostante decorata con diciotto formelle scolpite a bassorilievo. Sull'origine di queste piastrelle sono state avanzate diverse ipotesi; alcuni studiosi ne hanno attribuito la paternità ai Liburni, un antico popolo dell'Italia; altri hanno ritenuto che si tratta di resti di templi pagani; altri ancora, tra cui il Bindi e il Gavini, le riferiscono alla tradizione artistica dell'Italia meridionale dei secoli XIV e XV. Sono le forme simboliche, vicine a temi cristiani più che pagani, che ne permettono la datazione. In questo vasto repertorio di figure e simboli l'autore ha espresso al massimo la sua fantasia ricorrendo alla raffigurazione animali con chiaro significato simbolico; l'aquila e il falco sono simboli della luce, la salamandra simboleggia il fuoco, la colomba rappresenta lo Spirito Santo, i leoni sono indice di potenza e forza. La serie di formelle rappresenta una storia, raccontata attraverso scene simboliche, che narra del continuo mutamento espresso attraverso le diverse fasi dello zodiaco, dell'alternarsi delle stagioni e del percorso del sole durante l'arco della giornata nel suo continuo passare tra l'aurora, l'alba, il giorno, il tramonto, il crepuscolo e il buio della notte. E così si susseguono scene varie e curiose piene di riferimento ai miti, al modo pagano e alla tradizione cristiana. La lunetta sopra il portale, molto ridotta nelle dimensioni, ospita una piccola scultura raffigurante la Madonna in cattedra che stringe a sé il Figlio in una posa di struggente tenerezza. Schiacciata risulta tutta la scultura dovendosi adattare alla proporzioni ridotte dello spazio; sia la Vergine sia il Bambino sono figure piuttosto tozze. Aspetti stilistici ed iconografici sono chiara espressione di un'arte romanica che già risente di influssi gotici. Alla mano di Raimondo di Poggio e alla scuola di Atri va assegnata anche la colonna con capitello che si trova al centro dell'aula presbiteriale. Forti analogie si rintracciano soprattutto nei motivi decorativi del capitello, come le caratteristiche palmette atriane riunite a formare una sorta di corona nobiliare con funzione di arricchimento di una struttura altrimenti semplice. La chiesa medievale di Santa Maria a Mare è un gioiello artistico di Giulianova e si trova nei pressi del cavalcavia che costituisce l’accesso alla città da sud, o da Teramo. Allo stato attuale si presenta in mattoni, con un campanile a vela; fondata prima dell'anno Mille in una posizione insolita, sulla piana tra la costa che un tempo era molto più vicina e la collina, fuori dalle mura dell’antica Castel San Flaviano, la Giulianova medievale. Si pensa fosse collegata ad un punto di sosta per i viandanti che dall'interno si recavano sul mare per cercare imbarchi. Fu modificata più volte, di sicuro attorno al XII secolo, e alla fine del 1200 il vescovo affidò la realizzazione di un nuovo portale a una bottega di maestri lapicidi, probabilmente atriana. Dall'alto grado del risultato artistico e per la finezza dell'intaglio si attribuisce la realizzazione a Raimondo del Podio e alla sua bottega, maestro scalpellino ed architetto famoso per i magnifici portali della cattedrale di Atri. Santa Maria a Mare colpisce il visitatore per il suo portale, nella cui pietra sono cesellati una bellissima Madonna con Bambino contornata da animali, figure e oggetti dal significato simbolico misterioso: si distinguono infatti un'aquila, un falco, una salamandra, una colomba, un essere mostruoso. Due leoni sono posti a guardia ai due lati del portale, uno con un libro, l’altro in lotta con un serpente. Osservando il sottoarco si scoprono le 18 formelle di pietra che recano scolpite figure enigmatiche che raffigurano volti e simboli. Difficile dire cosa narrino; di certo una storia scritta per segni, un percorso che si snoda attraverso simboli antichi, forse una rappresentazione delle fasi dello zodiaco, delle stagioni e dell’alternarsi tra la notte e il giorno con il percorso del sole tra aurora, alba, luce, tramonto, crepuscolo e buio. Tra esse alcune colpiscono la fantasia più di altre. Un uomo mostra le parti intime: una decorazione simile si segnala sul portale della cattedrale di Parma, opera del maestro Benedetto Antelami. Potrebbe simboleggiare l’inizio di un nuovo ciclo. Un guerriero a cavallo calpesta il drago: raffigurazione classica di San Giorgio o dell’arcangelo Michele. Il cavaliere è spesso usato come simbolo dell’uomo teso verso grandi sfide e grandi ideali, qui forse a identificare la forza della primavera. Un re che nutre delle colombe: collocata dopo alcune teste umane e una doppia stella a 12 punte, potrebbe rappresentare il possessore di conoscenza che dona il proprio sapere e quindi la vita stessa; forse uní allegoria dell’estate. Un uomo cavalca un drago: pur se mancante di una sezione inferiore che poteva contenere una raffigurazione del mare, la formella dovrebbe rappresentare il passaggio metaforico dal buio alla luce. Un giovane che ride su una maschera: segue la figura del giovane, forse un eroe. Da alcuni ritenuto una raffigurazione oscena: potrebbe trattarsi di un giovane i cui attributi maschili siano stati cancellati dagli agenti atmosferici. Il che lascerebbe pensare si tratti di una raffigurazione scaramantica come se ne trovano anche in altre chiese, e non solo abruzzesi. Viso con cappello e lunghi capelli: molto probabilmente il dio Hermes, del quale si hanno rappresentazioni classiche con cappello e lunga chioma. Come tale egli rappresenta la capacità di mediazione. Qui la formella conclude la serie dedicata all’allegoria dell’estate. Un cavallo: raffigurato con un lungo collo, senza cavaliere, finimenti e briglie, esso richiama la forza degli antichi cavalli della mitologia greca e romana. Qui potrebbe simboleggiare l’inizio dell’autunno, che richiama antichi usi romani che prevedevano il sacrificio di un cavallo compiuto, in vista della imminente semina, per propiziare il futuro raccolto. Due amanti dietro un paravento ed un vecchio che li osserva: per alcuni si tratta di un atto di adulterio tra la donna ed il suo giovane amante, scoperto dal vecchio marito che impugna un coltello. Per altri è invece l’allegoria di un trio composto dalla regina, dal vecchio re e dall’amante, che altri non sarebbe se non il re da giovane. Seguono poi un grifone alato, animale di fantasia che raffigura il contrasto tra la natura umana e quella divina, una rosa dei venti, simbolo principe della cultura alchemica medievale, e una corona. I pellegrini: intesi come figurazione della condizione terrena dell’uomo, con forti riferimenti ai riti di iniziazione ai quali la formella si richiama per la presenza di un maestro che offre all’altro l’acqua, simbolo della conoscenza. L’acquario chiude infine il percorso simbolico di questo ciclo solare o stagionale iniziato con l’Ariete. L'arcano significato dei rilievi hanno portato alcuni studi ad ipotizzare una presenza dei Templari in questa sede, dato anche che la chiesa per la sua vicinanza al porto fu centro di smistamento delle truppe crociate. Un tempo a tre navate con absidi terminali, dopo secoli in cui il centro medievale venne abbandonato, e soprattutto dopo i bombardamenti dell'ultima guerra, trovandosi accanto alla linea ferroviaria, oggi la chiesa si presenta a due sole navate con copertura a capriate e una fila di pilastri in mattoni sovrarsati da graziosi capitelli uniti da archi a tutto sesto. La chiesa fu sede all'inizio del Novecento dei Padri Passionisti e qui trovò ospitalità San Gabriele dell'Addolorata.
CHIESA DI SANT'ANTONIO
Notizie: La chiesa di Sant'Antonio in origine era annessa ad un convento francescano sito nel Castello di San Flaviano, fuori dall'attuale centro abitato. Intorno al 1470, al tempo della fondazione di Giulianova, i Francescani si trasferirono nella nuova città e qui edificarono il nuovo complesso conventuale con chiesa annessa. Del convento non rimane nulla perché soggetto a demolizione intorno alla metà del XX secolo. La chiesa fu terminata nel 1564, come riporta l'iscrizione della data sul portale, e trasformata internamente in epoca barocca, intorno alla metà del Settecento. Della costruzione cinquecentesca è rimasto l'involucro murario e la facciata. Questa è molto sobria e pulita, priva di elementi di rilievo ad eccezione di due paraste laterali che definiscono e delimitano orizzontalmente la parete. Una modanatura in laterizio conclude in alto la facciata. Regolarità e semplicità sono gli attributi principali di questo prospetto che non è stato per nulla intaccato dalle mode barocche conservando lo stile povero, tipico di una chiesa mendicante. La ristrutturazione barocca riguardò soprattutto l'interno. Lo spazio è stato articolato in due parti di pari lunghezza; la prima è costituita dalla navata vera e propria, divisa in due campate rettangolari con copertura a volte lunettata, raccordate da un breve passaggio anch'esso voltato a botte e precedute da uno spazio d'ingresso limitato da due colonne; la seconda è formata da un presbiterio di lunghezza quasi uguale all'aula ma di larghezza leggermente minore, diviso in due campate rettangolari con stessa copertura voltata a botte e terminante in un'abside semicircolare. Nicchie semicircolari si aprono lungo le pareti della chiesa fino alla terza campata, lasciando il posto a due ambienti quadrati che fiancheggiano la quarta campata, quella che precede l'abside. Paraste composite arricchiscono e danno omogeneità all'intero spazio per poi risolversi negli archi trasversali delle volte; in corrispondenza degli angoli esse risultano arrotondate contribuendo a creare uno spazio unitario ed ellittico, proprio della cultura architettonica del Barocco pieno. Un'opera di rilievo artistico prodotta negli stessi anni è l'organo realizzato da Onofrio Cacciapuoti da Vasto nel 1737.
Notizie: I Francescani si stabilirono in un primo tempo presso il Castello di S. Flaviano ma, poiché il "Castrum" fu completamente distrutto a seguito della battaglia tra Federico da Montefeltro ed Alessandro Sforza contro Iacopo Piccinino, del primo insediamento non abbiamo più alcuna testimonianza. Al momento della fondazione di Giulianova (1470) i frati si trasferirono nella nuova città, voluta da Giulio Antonio Acquaviva, Duca d'Atri. Del nuovo complesso rimane, però, solo la chiesa, edificata dopo il 1470 e terminata quasi un secolo dopo (1566, come ricorda la data incisa sul portale), che presenta la tipica veste barocca. Del convento, invece, non rimane nulla, poiché venne demolito alla metà del XX secolo.
Siti Archeologici
Castrum Novum
Comune: Giulianova
Tipologia: Sito romano
Notizie: L'Antica città costiera dei Piceni, Castrum Novum, può essere identificata con l'attuale Giulianova. Le fonti letterarie e le testimonianze emerse dal terreno documentano l'esistenza della città sin dal III sec. a. C, allorchè fu colonizzata dai Romani (anno 290 a.C.). Nel corso delle Guerre Puniche restò fedele a Roma e successivamente venne ascritta alla tribù Mecia. Fu poi devastata durante le invasioni barbariche. A sud del cimitero di Giulianova sono stati portati alla luce ampi tratti di pavimento musivo romano a piccole tessere con fascia nera e grossi conci di travertino, la cui funzione non è stata ancora precisata. Numerosi sono anche i frammenti di ceramica campana. Tali reperti sono probabilmente pertinenti ad una villa romana.
Tabernacoli lignei
Tabernacolo del santuario di Maria SS. dello Splendore
Notizie: Posto originariamente sull'altare maggiore dell'antica chiesa cappuccina di S. Michele Arcangelo, il tabernacolo ligneo di Giulianova (cm. 163 x 85), in seguito alla soppressione degli ordini religiosi del 1866, fu trasportato dai frati stessi nel Santuario di Maria SS. dello Splendore dove però rimase per anni abbandonato; solo dopo l'accurato restauro del 1990 venne esposto nella sagrestia, in una nicchia dov'è tutt'ora conservato. Assieme all'altare del vecchio convento, il Tabernacolo fu probabilmente realizzato nel primo triennio del provincialato di padre Giuseppe Maria Pantorri d'Ascoli, negli anni 1720-1723, ed è attribuito alla scuola di fra Michele Simone da Petrella, uno dei capi marangoni che lavorarono molti degli altari e dei tabernacoli delle chiese dei cappuccini in Abruzzo. Oltre a frate Michele pare ci abbiano lavorato anche fra Serafino da Nembro, autore con altri anche del tabernacolo della chiesa del convento di Campli, e frate Stefano da Chieti. Il ciborio si caratterizza per gli inserti in ebano e per lo specchio della porticina che chiude l'urna nella quale vengono conservate le ostie realizzato in avorio e decorato da disegni floreali eseguiti a bulino con inchiostro di seppia; al centro, lo stemma francescano. Le colonnine tortili del secondo ordine sono realizzate in legno d'ebano, ma lasciano intravedere all'interno un'"anima" più chiara, probabilmente in avorio, intorno alla quale le medesime colonnine si avvolgono. Ascrivibile al modello A, il tabernacolo è in buono stato di conservazione nonostante il furto del 2000 fortunatamente conclusosi con il successivo ritrovamento dei pezzi rubati.
Torre di Giulianova
Notizie: Il torrione in esame è quello più meridionale; anch'esso appartiene completamente alla tipologia dei bastioni d'angolo, di forma cilindrica, risalenti al XV secolo quando l'avvento e il perfezionamento delle armi da fuoco imposero l'abbandono delle piante ortogonali o poligonali e la limitazione dello sviluppo in altezza degli organismi ossidionali. La muratura a sacco è in mattoni misti a ciottoli, piuttosto povera in rapporto ai caratteri di difesa del manufatto, e il fatto è singolare in quanto nella zona non mancavano fornaci atte a fornire ottimo materiale da costruzione. In origine identico al torrione gemello di via del Popolo n° 44 ha ora il piano inferiore a scarpatura completamente interrato e il vano all'interno inaccessibile. Anche qui il coronamento originale a carattere difensivo è stato completamente sostituito con una balaustra in mattoni di fattura recente. L'ampia apertura centrale è stata certamente realizzata in epoca più tarda, in contrasto con il carattere difensivo peculiare delle torri. A destra della porta si intravedono delle interruzioni nel paramento murario, poi risarcite con mattoni, come se fossero state aperte alcune finestre, in epoca non nota, poi nuovamente tamponate. La piccola porta centinata ora murata che si trova a destra è forse l'antico accesso alla torre.
Torre di Giulianova - Salinello
Notizie: La torre del Salinello posta lungo la Statale Adriatica, in prossimità di Giulianova, costituisce uno degli esempi di torre costiera, fatta erigere durante il viceregno napoletano, all'epoca del vicerè Parafan de Riberira, duca di Alcalà. La pressione da mare divenne insostenibile quando le continue guerre contro i saraceni favorirono le scorrerie dei turchi, che finirono per diventare un vero incubo per tutta la popolazione. Di qui la necessità di creare un vero e proprio sistema di torri costiere d'avvistamento ma capaci anche di una modesta funzione di difesa. Lungo la costa furono erette 15 torri, ma solo 7 sono ancora visibili, alcune ben restaurate, come quella di Cerrano, o quella detta di Carlo V, altre rimangono prive di manutenzione, ma sono ancora utilizzate per scopi più modesti. La torre è databile al 1568 ed è costruita in laterizio, a tronco di piramide di circa 10m di lato alla base, composta da due piani, uno al livello di piano terra, l'altro al primo piano. E'coronata da un apparato a sporgere sorretto da quattro beccatelli con tre caditoie per lato, strutturato per proteggere la costa dagli attacchi dal mare. Non manca qui l'elemento comune a tutte le torri, fondamentale nel caso di piccoli assedi e azioni di disturbo, ossia il pozzo, ricavato dentro lo spessore delle mura. La torre comunicava a vista con le altre torri costiere dell'Abruzzo Ultra.
Torrione di Giulianova - "Il Bianco"
Notizie: Il torrione "Il Bianco" costituisce uno dei pochi e pertanto importanti resti delle mura che cingevano l'antico borgo di Giulianova. Contesa da più parti fino al 1460, la città divenne possesso in questa data di Giulio Antonio d'Acquaviva d'Aragona, il quale provvide alla fondazione di un nuovo centro, chiamato Giulia, che sostituì il precedente Castel San Flaviano. L'abitato venne posto su una collina, impiantato secondo una conformazione quadrangolare e circondato da una massiccia cinta muraria con 7 torri rimaste in piedi fino al 1860; di questi 7 torrioni solo "Il Bianco" è purtroppo giunto ai giorni nostri. Esso è posto all'angolo nord-occidentale del borgo, in via del Popolo n. 44; presenta una pianta circolare e si erge con un andamento a scarpa fino a metà altezza. Originariamente era coronato da un apparato a sporgere con merli e caditoie, sorretto da beccatelli. L'edificio si articola su due livelli, ciascuno composto da un unico vano voltato. La straordinaria originalità delle soluzioni architettoniche adottate nella progettazione dell'intera città hanno condotto numerosi storici ad attribuirne la paternità al geniale architetto senese Francesco di Giorgio Martini. La forma cilindrica e la scarpatura basamentale piuttosto accentuata lo fanno risalire al XV secolo, quindi all'epoca di fondazione della nuova città, quando l'avvento delle armi da fuoco ha già sensibilmente limitato lo sviluppo in altezza di tali manufatti. Anche la mancanza di comunicazione verticale tra l'ambiente inferiore e quello superiore è da mettere in relazione proprio con la funzione ossidionale della torre: il piano superiore era accessibile solo e direttamente dalla cinta difensiva, della quale rimangono solo scarse tracce nelle due ali di abitazioni che la racchiudono e che delle mura antiche conservano l'andamento planimetrico. Poco rimane dell'antica struttura difensiva: il coronamento è completamente sostituito con una balaustra in mattoni di recente fattura. Le aperture sono realizzate certamente in epoca più tarda, quando si adattò la torre a civile abitazione: lo denunciano le spallette e le piattabande realizzate in mattoni, che sono chiaramente riportate, e la considerazione che tal genere di aperture è in netto contrasto con il carattere difensivo che la torre ha. La loro disposizione, sui diametri principali e in punti di chiaro tiro di fiancheggiamento delle cortine, fanno supporre che siano state aperte dove in origine c'erano le feritoie. Il torrione "Il Bianco", dopo essere stato sottoposto ad un apposito restauro, è divenuto la sede del Museo Civico di Giulianova.
FARMACIE: Farmacia Comunale Giulianova Via Trieste 159, Telefono: 0858026965
Farmacia Del Vomano Rossella, Via Sauro Nazario 7, Telefono: 0858006710
Farmacia Galli Vincenzo, Via Gramsci 45, Telefono: 0858003349
Farmacia Ielo Fiammetta, Viale Orsini 62, Telefono: 0858007240
Farmacia Marcelli Tito, Piazza Della Libertà 35, Telefono: 0858003204
COMUNI LIMITROFI: Mosciano Sant'Angelo, Roeto degli Abruzzi, Tortoreto
SITO INTERNET: http://www.comune.giulianova.te.it
COPERTURA ADSL: SI
FOLCLORE, FATTI E ANEDDOTI DI CITTA':
COSTUME TIPICO
Notizie: Ne "Il Regno delle due Sicilie descritto ed illustrato" il Cherubini così descrive il costume di Giulianova: "Maniera del vestire nel contado. Raramente t'incontrerai in uomini e donne di contado, che vestino appuntino alla foggia antica del passato secolo. Egli è vero che una volta gli usi nuovi lentamente penetravano nelle campagne, ma oggi meno difficilmente sono abbracciate dagli abitanti del contado. Quivi nuovi tagli di vesti, nuove robe per farle, nuovi ornamenti. Io nel discorrere della foggia del vestire contadinesco in Giulia, segnerò quella che è di mezzo fra l'antico e il moderno, e che è pur quella che in molte parti della campagna si vede. Gli uomini portano cappello a forma conica, con tese alquanto rialzate nelle bande, e fatto per lo più di grosso feltro tinto in nero. Lo adornano là nel più largo del cerchio, di un laccetto, oppure di una fettuccia vellutata con fibbietta di ferro. Il "corpetto" suol essere di panno "rosso", con bottoni o di acciaio, o di ottone. Il calzone o lungo, o che batte alla piegatura del ginocchio. Le donne poi hanno in testa un pezzo di "percall" a due doppii, de' quali l'uno che è di sotto, discende fin quasi alla metà della persona, e l'altro, che è di sopra, appena giunge a toccare le spalle. Il "bustino", o corpetto, in roba nera o scarlato (sic), si stringe, allacciandosi ne' fianchi, e molto si allarga nel seno. Di state le grandi maniche delle camicie scusano quelle de' corpetti, che si portano d'inverno. Grembiuli larghi ma corti, per lo più bianchi. Collane di coralli, a "poste" di oro, di due o tre fili compiono la maniera del vestir contadinesco in Giulia".
SANTO PATRONO: San Flaviano, festeggiato il 24 Novembre
Il mercato rionale si svolge ogni giovedì della settimana, al lido, ed ogni Sabato della settimana, nella parte storica della città.
GASTRONOMIA:
LA RICETTA DEL FAMOSO BRODETTO ALLA GIULIESE Ingredienti per 4/6 persone: poco più di un bicchiere d'olio extravergine d'oliva , 4 pomodori nn completamente maturi di media grandezza, mezzo peperone verde, mezzacipolla bianca, un mazzetto di prezzemolo, aglio, sale q.b., uno due peperoncini e vino bianco. Inoltre: 800g di seppie e calamari; 1 cicala di mare(panocchia) ed 1 gambero(mazzancolla) a persona; alcune trance di scorfano e rana pescatrice(coda di rospo); una manciata di calamaretti; mezzo chilo di vongole e cozze; 2 triglie a persona; 2 mazzoline spezzate a metà. Pane fresco o bruschette. Preparazione: in una pentola in coccio o alluminio non eccessivamente alta e munita di coperchio, versare l'olio e far indorare della cipolla con pezzi di seppie e calamari adulti. Quando la cipolla è appassita versare mezzo bicchiere di vino bianco, le mazzancolle e le panocchie; far cuocere per 10 min., stando attenti che l'intingolo non restringa; nel caso contrari è possibile aggiungere un po' d'acqua. Mettere nella pentola i pomodori, l'aglio spezzettato, il peperone verde tagliato a strisce, il peperoncino tagliato a metà, prezzemolo tritato e sale. Portare a bollore; mettere lo scorfano e la rana pescatrice, provvedendo a togliere dal tegame le panocchie che metteremo da parte. A questo punto aggiungere mazzoline, triglie e calamaretti, cozze e vongole già bollite assieme a parte della loro acqua di cottura. Lasciar cuocere per 10 min. Al termine lasciar riposare il brodetto affinché si amalgami meglio sapore e profumo.
SOGLIOLE ALLA GIULIESE
Dosi per 5 persone
5 sogliole
40 olive nere
120 gr.d'acqua
1 limone
1 spicchio d'aglio
2 cucchiai di olio d'oliva
prezzemolo
sale
Togliere la pelle (sia la nera che la bianca) alle seppie; metterle a cuocere in una teglia larga con l'olio, l'acqua, il succo di mezzo limone, l'aglio ed il prezzemolo tritati.
Salare leggermente e far cuocere moderatamente. A 3 minuti dalla completa cottura, aggiungere le olive e quattro fettine di limone.
Guarnire con fettine di limone
REGINETTE CONDITE ALLA GIULIESE
4 persone
400 gr. di “ reginette
250 gr. di code di scampetti sgusciati
250 gr. di calamaretti
250 gr. di vongole
1 dl. di olio d’oliva
1 spicchio di aglio
prezzemolo e sale.
Fate aprire le vongole, in precedenza ben lavate, in una padella asciutta e riscaldata al fuoco. Quindi sgusciate i molluschi, raccogliete e filtrate l’acqua prodotta al momento della cottura.
Mettete sul fuoco un tegame con l’olio d’oliva e lo spicchio di aglio, fatelo indorare, quindi unite i calamaretti, gli scampetti sgusciati e fate cuocere per circa 7 minuti, poi aggiungete le vongole sgusciate con il loro “sughetto” di cottura e lasciate cuocere ancora per 5 minuti.
Eliminate lo spicchio di aglio.
Togliete il preparato dal fuoco e tenete al caldo.
Cuocete le” reginette” in abbondante acqua salata, una volta scalate al dente le unirete, assieme a del prezzemolo triturato, al preparato conservato in padella, quindi saldate un paio di minuti a fuoco vivace.
PERSONE FAMOSE DEL COMUNE:
- Giovan Girolamo II Acquaviva d'Aragona, uomo d'armi
- Vincenzo Bindi, storico ed umanista
- Gaetano Braga, violoncellista
- Raffaele Castorani, politico ed oculista
- Angelo Cosimo De Bartolomei, storico ed economista
- Venanzo Crocetti, scultore
- Gabriele Tarquini, pilota di Formula 1
ECONOMIA: Oggi Giulianova, seconda città della provincia, e terzo comune, data la scarsa superficie del territorio, è contrassegnata da una forte vocazione turistica che si unisce ad una riscoperta di centro artistico e culturale, con i suoi quattro musei e le sue biblioteche. Importanti sono anche le attività inerenti la pesca, con l'importante porto dotato di un'area per imbarcazioni da diporto, l'industria e le attività agricole, in particolare con la produzione del Montepulciano d'Abruzzo Colline Teramane DOCG.
MANIFESTAZIONI ED EVENTI:
22 Aprile - Festeggiamenti in onore della Madonna dello Splendore
ASSOCIAZIONI:
- INFORMAZIONE E ACCOGLIENZA TURISTICA IAT Giulianova (TE)
Via Mamiani, 2
E-mail: iat.giulianova@abruzzoturismo.it
Telefono 085.8003013
Fax 085.8003013